Francesca Fossati: ricamo di alta moda per un’unicità cucita a mano

Articolo di Ilaria Cardellicchio

C’è chi crea abiti e chi, punto dopo punto, costruisce relazioni profonde tra materia, gesto e identità. Nel lavoro di Francesca Fossati, artigiana, stilista e ricamatrice di alta moda, il ricamo non è solo una tecnica artigianale, ma un vero e proprio mezzo di espressione: uno strumento capace di riflettere la storia, la cultura e il sapere tecnico di un’epoca per raccontare, attraverso il filo, la contemporaneità. Francesca Fossati è prima di tutto un’artigiana con un grande senso estetico, una stilista che rifugge l’etichetta di artista ma che, a tutti gli effetti, lavora come tale: rigore, visione e una cura quasi ossessiva del dettaglio. Nel suo atelier di Monza, l’alta moda incontra il ricamo Lunéville, la manualità diventa linguaggio e l’unicità si trasforma nel vero lusso.


Francesca, come nasce il tuo percorso e quando hai capito che sarebbe stato il tuo mestiere?

Ho frequentato l’Istituto d’Arte e ho sempre avuto una grande passione e una innata attitudine per la manualità. A quindici anni ho realizzato il mio primo pantalone, ma per molto tempo il mio percorso non è stato lineare. Dopo gli studi infatti, mi sono fermata per aiutare nell’azienda di famiglia, impegnata nel settore della microelettronica, senza però mai perdere il legame con il mondo dell’arte e della progettazione. 

La moda, in realtà, non mi ha mai lasciata. Per me il design dell’abito è sempre stato inscindibile dal mestiere: prima di disegnare bisogna saper fare. Ho iniziato quindi da lì, affiancando una sarta molto esperta e seguendo un percorso completo di taglio e cucito che mi ha permesso di acquisire una conoscenza profonda della costruzione del capo. Solo più tardi, intorno ai quarant’anni, ho deciso di dedicarmi completamente al mio sogno, intraprendendo anche esperienze di sperimentazione all’estero. È stato un atto di coraggio e di ascolto profondo di me stessa.

Che cosa realizzi oggi e qual è il cuore della tua proposta?

Disegno e realizzo abiti su misura per donne che cercano esclusività, unicità e una qualità altissima nei dettagli e nei materiali. Il mio prodotto di punta, se così si può definire, è l’abito unico, pensato come un vero e proprio progetto condiviso con la cliente. Non parlo mai di semplice capo d’abbigliamento: l’abito è come un costume di scena, aiuta a raccontare chi siamo.

L’alta moda per me è questo: leggere l’anima di una donna e tradurla in forme, colori, ricami. Ogni creazione è pensata per essere irripetibile, non replicabile altrove. Oggi il mio cliente tipo è una donna consapevole, spesso una signora che ha voglia di prendersi il tempo di farsi conoscere, non solo fisicamente ma anche a livello di personalità. È un percorso che può durare mesi, ma che porta a un risultato profondamente autentico.

Il ricamo è una parte centrale del tuo lavoro. Che tipo di tecnica utilizzi e perché è così speciale?

Sentivo il bisogno di impreziosire gli abiti andando oltre i tessuti standard offerti dal mercato. È così che ho incontrato il ricamo di alta moda, in particolare il ricamo Lunéville, una tecnica che per me non è mai stata soltanto decorazione, ma linguaggio espressivo, memoria storica e gesto culturale. Si tratta di una tecnica nata nei primi del ’900 in Francia, che prende il nome dalla città di Lunéville, e che oggi è praticata da pochissimi artigiani.

È un ricamo che si realizza su telaio, lavorando al rovescio del tessuto, con un attrezzo specifico – il crochet Lunéville – che richiede una grande attitudine e una precisione assoluta. All’inizio è stato difficilissimo, ma è stata proprio questa complessità a conquistarmi.

Lavorando al rovescio, quando si gira il telaio non si vede alcun filo: restano solo le perline e una superficie pulita, luminosa, perfetta. Questa tecnica mi consente di creare lavorazioni personalizzate, tonalità uniche, superfici che diventano parte integrante del progetto dell’abito.

Come si sviluppa concretamente il tuo processo di lavoro, dall'idea all'abito finito?

Tutto parte dal cartamodello, che è la base bidimensionale dell’abito. È un momento fondamentale, perché racchiude già l’idea, le proporzioni, il dialogo con il corpo. Dal disegno su velina, dove le misure vengono studiate in piano, si passa alla confezione, che dà vita all’abito nella sua tridimensionalità.

Il ricamo artigianale entra in una fase molto delicata del processo, prima dell’assemblaggio finale. È in questo momento che il lavoro manuale diventa racconto: ogni punto riflette una stratificazione di tecnica, cultura e visione estetica, capace di dialogare con il presente pur affondando le radici nella tradizione. Ogni perlina, ogni punto è pensato in relazione al movimento del corpo e alla luce. Lavoro molto per progetti e per ricerca espressiva: se arriva una cliente deve affidarsi, perché il mio obiettivo principale non è la produzione seriale, ma la sperimentazione continua.

Nel tuo lavoro emergono spesso collaborazioni e progetti "a quattro mani". Che ruolo hanno?

Per me sono fondamentali. Amo mettere insieme competenze, materiali e saperi italiani. Un esempio è il progetto Memorabilis Apulia, nato dal mio legame affettivo con la Puglia, in particolare con Ostuni, la mia seconda casa. È una collezione di souvenir contemporanei che ho disegnato e fatto realizzare anche con tecnologie come la stampa 3D.

Un altro progetto a cui sono particolarmente legata è quello delle Pupe pugliesi, realizzato in collaborazione con dei ceramisti esperti e molto creativi: oggetti iconografici della tradizione popolare della Puglia, oggi realizzati da pochissimi ceramisti. Il progetto nasce dal desiderio di creare una collezione in ceramica ispirata ai miei abiti sartoriali, con relativi accessori, e al territorio. Le pupe vengono così “vestite” con abiti che riprendono forme, colori e dettagli delle mie creazioni, trasformandosi in piccole sculture narrative. Alla collezione si affiancano accessori artigianali – come polsi da camicia e borsette – che richiamano le palette cromatiche del territorio. È un lavoro a quattro mani che unisce ceramica artistica, alta sartoria e identità territoriale.

Guardando avanti, quali sono i tuoi progetti futuri?

Il futuro per me è legato prevalentemente alla qualità delle collaborazioni e alla ricerca artigianale. Proprio in questa direzione si inserisce la partecipazione al Fuorisalone, dove quest’anno presenterò un progetto molto particolare nato da una ricerca su territorio sardo: un tappeto modulare, pensato come sistema compositivo flessibile, capace di dialogare con lo spazio e con chi lo abita. Anche in questo caso, il filo conduttore è la volontà di reinterpretare tecniche e materiali tradizionali per offrire una lettura contemporanea del fare artigiano. Mi interessa continuare a sviluppare progetti speciali, pezzi unici, contaminazioni tra moda, arte e artigianato.

L’idea di export esiste, ma sempre come racconto del saper fare italiano, non come semplice distribuzione del prodotto. Voglio preservare il tempo lungo del lavoro artigiano, quello che permette all’abito di maturare e di diventare davvero parte della persona che lo indossa.

Che cosa significa per te Made in Italy, oggi?

Il Made in Italy è la nostra capacità unica di tenere insieme progetto, estetica e manualità. È saper pensare e saper fare, senza separazioni. Per me significa mettere in relazione tutto ciò che in Italia è rappresentativo: i materiali, le tecniche, le persone, i territori. Credo fermamente nell’unicità e nella qualità del manufatto artigiano. Il vero lusso, oggi, è l’esclusività che racconta chi siamo. Ed è esattamente questo il filo invisibile che attraversa ogni mio lavoro.


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