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Quella di Non solo luce è una storia di creatività e rinascita dopo - anzi, durante - il difficile periodo della pandemia da Covid-19. Una storia che ha preso forma in uno spazio di appena venti metri quadri incastonato nel bel quartiere di Borgo Trento a Brescia: qui Cristian e Simona creano lampade personalizzate a partire da barattoli di vetro e materiali di riciclo.

Cristian, com’è nato “Non solo luce”?
Io e mia moglie Simona facevamo, da otto o nove anni, queste lampade per hobby, le regalavamo agli amici, ogni tanto si andava a fare qualche mercatino. Io ho sempre fatto il cuoco, mentre lei è educatrice professionale. Finché, con il primo lockdown, lavorando nella ristorazione sono rimasto a casa: una botta tremenda. Un giorno, scendendo da casa con il cane - noi abitiamo qui sopra il laboratorio - ho visto il cartello “affittasi”. Una notte mia moglie ha anche scritto una lettera al direttore del Giornale di Brescia, raccontando la nostra storia, che è stata pubblicata. Così abbiamo deciso di aprire questa bottega, inizialmente ci lavoravo solo io; ora mia moglie la mattina prosegue il suo vecchio lavoro come ad personam in una scuola, mentre nel pomeriggio lavora con me qui in laboratorio.
E da al 2020 non vi siete più fermati.
Nel giro di un anno, un anno e mezzo abbiamo raccolto molti follower su Instagram e abbiamo avuto dei buoni riscontri. Certo, se dovessimo tenere aperto per la gente che entra in negozio avremmo già chiuso, ma abbiamo un buon riscontro in tutta Italia: spediamo tanto, un po’ ovunque nello stivale. Abbiamo anche spedito delle lampade a New York, in Spagna, in Francia, a Glasgow. È una cosa che riempie il cuore.
Abbiamo aperto nel momento più tragico, ma era anche un modo per dimostrare che nonostante le difficoltà, se ci si mette un po’ di carattere si può riuscire. E ci siamo in effetti tolti le nostre soddisfazioni.

Le lampade che producete sono tutti pezzi unici?
Sì, anche perché noi lavoriamo tanto con il personalizzato: c’è un vaso vuoto, tu mi racconti la tua esperienza e io cerco di elaborarla per quello che dentro un vaso può stare. Avere la propria lampada è diverso dall’avere “una” lampada. Noi crediamo tanto nel personalizzato, ogni lampada ha una peculiarità diversa dalle altre.
Lavoriamo anche con cresime e comunioni: in quel caso cerchiamo di rendere i pezzi più unici possibile, ma sono un po’ più uniformati. Ma per il resto, facciamo pezzi unici. Adesso stiamo sperimentando anche con i lampadari. Ne stiamo preparando uno a tema Alice nel paese delle Meraviglie: avrà un pannello in cui si vede Alice cadere, attorno al pannello una cornice e appesi dei punti luce con tazze e teiere.
Come nascono le vostre lampade?
Lavoriamo principalmente su commissione. Il primo contatto avviene via Instagram: io preferisco sempre, poi, scambiarci il numero di telefono e sentirci, anche per capire meglio la persona che ho di fronte, le sue esperienze, cosa vorrebbe rappresentare e come; da lì faccio una ragionata su come potrebbe venire la lampada. Espongo la mia idea al cliente e poi da lì, passo dopo passo, condividiamo le varie fasi di sviluppo della lampada.
La condivisione del progetto è alla base di tutto il nostro lavoro, alle persone che vengono da noi dico: “non chiudere gli occhi e pensa come la tua lampada potrebbe venire, facciamola insieme un passo alla volta”. Perché la persona magari ha in mente una certa idea, però io devo combattere con le misure dei vasi, con i paralumi che permettono alcuni disegni e non altri, calcolare le misure di tutti gli oggetti. Quindi sviluppare insieme il progetto è molto più efficace.
Inoltre, spesso la lampada personalizzata non è per chi me la chiede, ma è un regalo, quindi devo capire com’è questa terza persona: se è romantica o no, se ama molto i cuori o no, e da lì cerco di sviluppare un progetto il più preciso possibile per quella persona. Sul lato romantico fortunatamente c’è Simona, che ha un grande spirito creativo: due teste, e due modi di immaginare, sono meglio di una!
