Costruire un’azienda vitivinicola propria, radicata nel territorio e guidata da una visione precisa. Questa è la storia di un giovane “agricoltore rivoluzionario” che ha deciso di puntare tutto su un progetto ambizioso. Questa è la storia dell’azienda Sergio Genuardi.
Un vigneto di 1.3 ettari, tre varietà Nero d’Avola, Perricone e Catarratto, situato a Casteltermini in provincia di Agrigento, tra i 600 e i 550 metri di altitudine, si affaccia sulla Valle del Platani, nel cuore dei Monti Sicani.
Per Sergio, un giovane di 31 anni, non si tratta solo di fare vino, ma di interpretare un paesaggio, custodirlo e restituirlo nel bicchiere. Le sue quattro etichette non sono semplicemente prodotti, ma racconti che parlano di suolo, clima e identità. Alla base del progetto c’è un concetto chiave: biodiversità. Nei vigneti, questo si traduce in pratiche agricole che favoriscono l’equilibrio naturale; c’è il rifiuto dell’utilizzo di pesticidi, erbicidi e di tutte le sostanze dannose per l’ambiente e per gli esseri viventi, la falciatura del manto erboso, la lavorazione del sotto-fila e la vendemmia avvengono manualmente limitando al massimo le lavorazioni meccaniche, seguendo in maniera meticolosa i principi di un’agricoltura sostenibile. Anche in cantina, l’intervento umano è misurato, mai invasivo, con l’obiettivo di accompagnare il vino senza snaturarlo.
Dietro ogni vendemmia c’è l’istinto di chi conosce la propria terra e impara, stagione dopo stagione, a dialogare con essa. È un lavoro fatto di attese, di osservazione e di piccoli aggiustamenti continui, dove l’esperienza si costruisce giorno dopo giorno.
Per Sergio Genuardi il vino non è solo un prodotto, ma un atto culturale; l’azienda non guarda solo al mercato, ma al futuro del territorio stesso, contribuendo a preservarne l’identità e a valorizzarne le potenzialità.
Chi è Sergio Genuardi?
"Sergio Genuardi è un ragazzo di 31 anni. Studia alberghiero alle scuole, poi decide di studiare enologia alla facoltà dell’ Università di Palermo, continua la magistrale a Torino e poi consegue un master a Lisbona in Portogallo e dopo svariate esperienze decide di intraprendere il progetto di questa azienda tra la fine del 2020 e l'inizio del 2021, dopo averla inizialmente affittata. Ci troviamo a Casteltermini in provincia di Agrigento. Siamo a circa 650 metri sul livello del mare, qui i territori sono molto minerali, particolarmente vocati alla vivicoltura, e molto conosciuti per la parte mineraria, quindi zolfo e gesso".
Cosa ti ha spinto ad investire in questa terra?

"Credo in questo territorio, spero di essere anche un motivo di esempio per persone che vogliono fare qualcosa in questo territorio, perché proprio qui dove non c'è nulla si può cercare, costruire qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo. L'idea di fare vino a Casteltermini nasce innanzitutto per la passione, perché questo è il mio lavoro che ormai faccio dal 2013. Dal 2014 comincio a mettere le mani sull'uva e a cominciare a lavorare a fare esperienze nelle cantine. Ma nasce per la passione, ma soprattutto penso che ci sia un grande potenziale".
Quali i vitigni nella tua azienda?
"Sono vigneti che sono stati impiantati nel 2013 da amici di famiglia e successivamente io ho preso in affitto la proprietà e ho comprato una parte di questa. Le varietà presenti sono Cataratto, Perricone e Nero d'Avola, principalmente Nero d'avola. In totale faccio quattro etichette di cui due col Nero d'Avola, un rosato, un rosso di Perricone e un bianco con il Cataratto".
Ogni vino racconta una storia
"L'azienda inizialmente si doveva chiamare Salgemma, una pietra a cui io sono molto legato, che si trova un po' camminando in giro per l'azienda, però poi ho detto diamo un nome più incisivo anche artigianale e l’ho chiamata Sergio Genuardi che poi è il mio nome. Ogni vino ha una personalità. Salgemma è la prima etichetta e nello specifico quella del Nero d'Avola ed è l'etichetta che lega principalmente parte all'idea di un legame con il territorio, quindi la pietra. Poi ispirato da un tramonto in questa valle che spesso è rosa è nato il "Rosato". Nell'etichetta ci sono due montagne, poi due cerchi, uno rappresenta il tramonto e uno il sole. Segue poi il bianco di Cataratto "Lunaria" che fa riferimento alla luna piena perché qui durante le lune piene grazie soprattutto all'altitudine e al poco inquinamento luminoso la valle si illumina e questo mi dà come l'impressione che, forse era la luna che faceva luce ai minatori che di notte finito il lavoro tornavano a casa. Infine abbiamo il "PietraIssu" che è l'unico nome dialettale "pietra di gesso" usato per il Perricone, una varietà autoctona di questo territorio e rispecchia nel gesso e mi dà quella sensazione di quando si riempiono non so le narici di polvere di gesso ma chiaramente in maniera positiva".
Quali sono i progetti futuri?

"Progetti futuri se dovessi esprimerli tutti sono tanti e diversi: si passa dal vino, si può andare alla ristorazione, agli animali, alla fattoria. Sono una persona che non smette mai di immaginare, di fare cose, mi piace sperimentare e attualmente mi sto concentrando in maniera meticolosa in questa relazione che ho con questa azienda, e con questo progetto che mi ruba, in maniera positiva, tanto tempo. È un progetto che ha bisogno di essere curato con l'obiettivo di avere un'azienda un po' più strutturata, sia in termini fisico che di personale; un progetto che possa dare speranza ad altre persone per creare qualcosa di bello."







Dalla terra alla bottiglia: la sfida dell’azienda Sergio Genuardi