Il vero Made in Italy non corre: l'anima della Giannetti Camiceria Artigianale

Articolo di Erika Pomella

Quando pensiamo a una camicia spesso non facciamo altro che figurarci solo un semplice indumento, un oggetto che vive nei nostri armadi e che non ha anima, ma solo una funzione. Non è questo quello che prova Marco Giannetti, titolare della Giannetti Camiceria Artigianale di Roma. Una bottega che vive dell'amore del quartiere di Monteverde e che si fregia di aver sfidato la politica del tempo che corre e della produttività a ogni costo. In una piccola via, tra alberi rigogliosi e un traffico ordinato, la Giannetti Camiceria Artigianale è un regno sartoriale in cui Marco Giannetti, grazie anche alla collaborazione imprescindibile della moglie Arianna Verolino, non si limita a vendere un prodotto, ma racconta una storia che passa attraverso la professionalità delle sue dita e la passione del suo cuore.

La Camiceria Artigianale, dove i residenti si recano per comprare un nuovo abito e godersi il tempo di un caffè mentre descrivono la camicia dei propri sogni, è un vero e proprio laboratorio, un luogo dove l'odore dei tessuti e l'eleganza delle camicie colpiscono subito chiunque varchi la soglia, andando incontro a un professionista a cui non interessa il successo tout court, ma si occupa soprattutto di rendere felici coloro che scelgono di concedergli la propria fiducia: che sia per un evento importante, per la vita quotidiana o anche solo per sentirsi a proprio agio nella propria pelle. Perché, alla fine dei conti, è proprio questo ciò che un abito dovrebbe fare. Non dovrebbe limitarsi a svolgere una funzione dettata dalla società, ma dovrebbe soprattutto essere una sorta di armatura metaforica che ci fa sentire invincibili mentre attraversiamo il mondo. Grande comunicatore, con collaborazioni di prestigio che però non sovrastano mai la quotidianità del cliente abituale, Marco Giannetti parla della Giannetti Camiceria Artigianale con una passione e un amore che sono il cuore pulsante del vero Made in Italy.


Come nasce questa bottega?

Ero un ragazzo problematico, obeso, appassionato però di questo indumento, perché vedevo mio papà che vestiva in camicia mentre mia mamma era impiegata in uno studio medico. Io ero appassionato della storicità della camicia e quindi da mia mamma mi feci regalare una macchina da cucire. 

Addirittura all'età di 8 anni cominciai a smontare camicie per imparare, rubando da mio padre e cercando di rifarle su di me, proprio perché ero grasso: quindi troppo grasso per trovare e per vestire camicie da bambino e troppo bambino per vestire camicie da adulto. Attraverso la mia necessità ho dunque trovato il modo e una tecnica totalmente sviluppata da me per poter creare dei cartamodelli e dare il via a questa bottega che è la mia vita.

Quali sono le fasi di lavorazione?

Lavoro innanzitutto prendendo le misure sul cliente e prendere le misure non significa solo prendere il metro e misurare il cliente. Prendere le misure, così come ci insegna la boxe, significa anche studiarsi. 

Quindi io studio il cliente e cerco di capire cosa fa con il mio indumento. Cerco di far sì che il ''su misura'' non sia solo su misura perché tecnicamente perfetto ma tecnicamente perfetto e che faccia sentire a proprio agio il cliente. E quasi sempre ci riesco.

Qual è il prodotto di cui sei più fiero e quello che ti viene richiesto di più da parte del pubblico? 

C'è effettivamente un tessuto che viene richiesto di più e che sono i classici: bianco e celeste e la bacchetta celeste da 3 mm. Il prodotto per il quale invece io ho trovato più orgoglio nella mia carriera sono state le camicie realizzate per l'attore Leigh Gill che sono andate sul Joker, il penultimo Joker, quello con Joaquin Phoenix (si riferisce al film del 2019 diretto da Todd Phillips, ndr). 

E poi la camicia di Christian De Sica su Chi ha incastrato Babbo Natale? film con anche Alessandro Siani. Quello è stato un lavoro di circa due mesi.

Mentre preparavo quest'intervista ho letto che tu specifichi che non sei un imprenditore. Rivendichi il tuo titolo di artigiano. Cosa vuol dire essere un artigiano? Cos'è per te il Made in Italy? E quanto è importante il rapporto con il quartiere?

L'artigiano vive per il proprio mestiere… Cioè un artigiano si differenza da un imprenditore per un semplice motivo. L'imprenditore fiuta il business e crea un'attività per fare business. L'artigiano è colui che fa ciò che ama indipendentemente dal business che c'è dietro. E cerca di farlo con il proprio amore, con tutta la sua dedizione. Io dico sempre che, probabilmente, se fossi stato un impiegato alle Poste Italiane, nel pomeriggio anziché giocare a Padel avrei fatto comunque camicie.

Il made in Italy sono mani di ragazzi italiani, di persone italiane, che vanno in bottega ad imparare un mestiere. Dopodiché traslano la propria anima nella propria bottega e fanno sì che ogni prodotto sia un racconto vero e proprio. Ed è importantissimo essere all'interno del tessuto cittadino, perché la bottega a differenza del negozio e a differenza dell'atelier è quel luogo frequentato dal nonnino di 80 anni che viene a prendere il caffè con Marco Giannetti e Arianna Verolino e che è ciò che fa la differenza tra un rapporto con negoziante e un rapporto con un bottegaio. Tanti pensano che sia un termine che vada a disonorare l'attività, mentre in realtà è un vanto. Essere un bottegaio è un vanto.

Ultima domanda: se tu dovessi pensare ai tuoi progetti futuri, non so, come anche espandere il tuo marchio o l'e-commerce… Insomma, hai dei progetti futuri?

Ho dei progetti futuri, ma a differenza di come va il mondo io tengo tantissimo... Sia io che mia moglie, che è la mia spalla fidata, con la quale sono riuscito a creare emotivamente e materialmente questa bottega... Il nostro obiettivo, dicevo, è quello di rimanere esattamente una bottega. A differenza della velocità del mondo dell'e-commerce, dell'acquisto in cinque secondi, l'autenticità della bottega fa sì che ogni giovane che entra qua dentro vive un po' quello che viveva tuo nonno o mio nonno.



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