Quello delle piante tintorie è un mondo particolarmente affascinante, un sapere antico che ha sostenuto gran parte dell’economia globale prima dell’avvento dei coloranti sintetici. Fino a metà dell’Ottocento la natura è stata, infatti, l’unica fonte a cui l’uomo potesse attingere per dare colore ai tessuti. Argomento, questo, di cui Massimo Baldini, titolare di Tintúra in Ancona, è profondo conoscitore.
È lì, nella sua piccola bottega in piazza del Plebiscito, che tra gesti discreti e silenziosi prende forma la sua sapienza artigiana. Un lavoro che non cerca il clamore, quasi a voler custodire un’eredità che, oggi più che mai, merita di essere riportata alla luce.
Baldini è tra i principali interpreti, nel territorio marchigiano, della cultura del guado, l’unica pianta europea da cui sia stato possibile ricavare il blu fino al XVII secolo. Una tradizione che sembrava perduta, ma che è tornata a vivere grazie a un meticoloso lavoro di ricostruzione storica.
Ad aver ispirato l’artigiano sono stati Corrado Leonardi e Delio Bischi, le cui intuizioni sono state determinanti per la riappropriazione di questo patrimonio.
Varcare la soglia del laboratorio significa abitare, d'un tratto, un tempo sospeso. Qui le ricerche dei due storici marchigiani perdono i contorni della carta per divenire sostanza. Lo sguardo è immediatamente catturato da contenitori perfettamente allineati, che racchiudono foglie e radici pronte a liberare il pigmento.
Avanzando tra gli scaffali di legno, dove trovano posto tessuti e cappelli d'indaco, si percepisce il valore della tradizione. Massimo mostra con orgoglio le testimonianze in suo possesso: sono custodite con grande cura nella bottega persino alcune tovaglie d’altare risalenti al 1300, dove quel blu resiste ancora all'usura dei secoli.
Poi, con estrema naturalezza, racconta ai microfoni di ItalianBees la sua storia.
Come nasce il suo interesse per le piante tintorie e quando ha deciso di fondare Tintúra?
"Mi sono interessato alle piante tintorie in seguito all’incontro con due storici marchigiani, Corrado Leonardi e Delio Bischi. Entrambi sono stati figure chiave nella riscoperta del guado (Isatis Tinctoria), una pianta la cui coltivazione generò un indotto di rilievo per l’economia del nostro territorio tra il XIII e il XVII secolo.
A confermare l'esistenza di questa antica tradizione sono preziosi manufatti tessili giunti fino a noi proprio grazie alle ricerche di Leonardi. Si tratta di rari esemplari di tovaglie d’altare che risalgono al 1300, tutte di una caratteristica tonalità azzurra.
Incuriosito da questa peculiarità cromatica, l’archivista si informò sulla genesi del colore, scoprendo che l’uomo, fino all’arrivo delle varianti sintetiche, tingeva i tessuti solo con le piante. Di fatto, l’unica risorsa da cui era possibile ricavare il blu in Europa era proprio il guado: un tassello fondamentale per ricostruire la sua storia unica.
Nel frattempo, Delio Bischi individuò 50 mulini nel territorio appenninico a 800 metri. Dopo anni di ricerca, lo storico riuscì a ricondurli con certezza all’Isatis Tinctoria, grazie al ritrovamento, in Germania, di una xilografia che rappresentava lo stesso mulino da guado ritrovato nel Montefeltro. Una prova inconfutabile del distretto di produzione più importante dell’epoca."
Quali sono i passaggi che avvengono in laboratorio per trasformare una foglia o una radice in un concentrato di colore pronto all’uso?
"Il mio obiettivo iniziale era quello di capire se fosse possibile ritrovare l’antico colore del guado. Ci abbiamo impiegato molti anni prima di riuscire a estrarre il pigmento blu, ma la costanza ha premiato i nostri sforzi.
Successivamente, è iniziato un processo di ricerca di altre piante tintorie e dei relativi colori. Non è stato decisamente semplice catalogarle tutte, trattandosi di oltre duecento varietà. Oggi, lavoriamo su circa trenta o quaranta piante: alcune vengono coltivate, per altre invece procediamo con la raccolta spontanea e otteniamo pigmenti persino dagli scarti agricoli.
Illustrare nel dettaglio le dinamiche dell’estrazione del colore è un’operazione complessa: ogni specie vegetale richiede una tecnica specifica, che varia ulteriormente in base alla fibra o al materiale a cui il colore è destinato.
In linea generale, però, questa fase avviene in acqua. Il nostro compito è quello di isolare il principio tintorio, concentrarlo e infine asciugarlo, per trasformarlo in un prodotto stabile."
Cos'è l’Isatis Tinctoria, perché per secoli se n’è interrotta la filiera produttiva e cosa ha reso possibile oggi il suo reinserimento nel mercato?
“Il guado è una Brassicacea dal ciclo vegetativo biennale. Durante il primo anno, la pianta sviluppa il fogliame da cui si ricava il pigmento naturale; nel secondo giunge a fruttificazione, permettendo la raccolta del seme necessario alla sua rigenerazione.
Nel corso dei secoli, questa specie ha trovato impiego anche in ambito medico per le sue proprietà officinali. Un fatto curioso è che i Romani, pur conoscendola, non la utilizzarono mai per scopi tintori a causa del loro scarso interesse per il blu.
A partire dal XIII secolo, il guado si diffuse in tutta Europa, dominando la scena fino all’arrivo di un’altra fonte di indaco, l’Indigofera Tinctoria. Nel giro di un secolo, questa specie sostituì l’enorme produzione di guado, segnando il declino della filiera."
Come realizzate i prodotti della vostra linea cosmetica?

“La nostra linea cosmetica, ISATI, è una startup nata da una visione maturata qualche anno fa, ed è interamente incentrata sul potenziale del guado. Il suo legame con la pianta non si traduce solo nella sua iconica colorazione blu, ma anche nella valorizzazione di ogni sua proprietà, superando il mero fattore estetico.
Infatti, il segreto è l’olio di guado, estratto a freddo dai semi, le cui proprietà sono innumerevoli. Questo prezioso estratto racchiude Omega 3, 6 e 9 in un rapporto perfettamente equilibrato e concentrato."
Quali sono gli obiettivi per il futuro dell'azienda?
“I nostri obiettivi per il futuro restano quelli per cui ci siamo impegnati fin dall’inizio: il recupero storico e la rivendicazione dei colori antichi che hanno dato lustro a tutta la produzione artistica, tessile e pittorica del nostro patrimonio italiano.
Ritrovare il colore, ricrearlo e metterlo in mano a manifatture d’eccellenza che oggi scelgono di reimpiegare questi pigmenti è per noi un’opportunità e una sfida unica. Inoltre, attraverso la valorizzazione delle piante tintorie riusciamo a dare un prezioso contributo alla sostenibilità e alla tutela dell’ambiente."
È così che Tintúra si inserisce con autorevolezza all’interno di un insieme di aziende e piccole botteghe che lottano per riportare alla luce la lunga storia del guado. Con grande maestria, Massimo Baldini restituisce dignità a una tradizione antica, trasformando un’eredità silenziosa in una risorsa preziosa per il futuro.



Tintúra: sulle tracce dell'indaco perduto. Il ritorno del guado