Ginevra Gemmi, l’orafa amante della natura
Articolo di Benedetta Colasanti

La bottega di Ginevra Gemmi sorge in via della Chiesa a Firenze, la strada dove lei stessa è nata. Ginevra è solare, il suo laboratorio accogliente; il bulldog francese Frida riposa in un angolo e sulle mensole più alte sono posizionati tutti i suoi “feticci”, oggetti naturali ai quali l’orafa si ispira per realizzare le sue creazioni. 

Ginevra, quando nasce tutto questo?

Inizia tutto a quattordici anni, con l’iscrizione all’Istituto Statale di Porta Romana di Firenze, sezione oreficeria. Dopo sette anni, vengo segnalata dalla scuola e vado a lavorare come modellista in una ditta. Ho lavorato un po’ con loro, poi ho collaborato con altri artigiani e nel tempo, piano piano, vedendo che gli oggetti funzionavano, ho pensato: perché no? Proviamo a metterci in proprio.


Quando hai capito che l’oreficeria poteva essere il tuo mestiere?

La passione c’è sempre stata. È un settore difficile, come tutto ciò che ruota intorno al mondo dell’arte. Non sono figlia di artigiani quindi iniziare da soli e mettersi in proprio è scalare una montagna. Ma la passione era tanta, cresceva invece di diminuire, nonostante le difficoltà, e quindi ho detto: va bene, iniziamo. Una volta iniziato ho sempre guardato avanti… non ti guardi più le spalle e vai. Quando c’è passione, tanta passione, la forza la trovi. L’importante è crederci. 

Come sei solita lavorare? A cosa ti ispiri?

Fondamentale sapere che di oreficeria ce n’è tanta. Poi Firenze, specialmente, era la città degli orafi per eccellenza. Siamo nel 2023, ci sono molti brand, molti oggetti tutti uguali che vanno a coprire la massa. Io ho scelto di seguire un altro filone, un filone di nicchia, realizzando e mantenendo i miei oggetti, che poi vado a spedire in tutti i paesi del mondo, sempre e soltanto come pezzi unici. 

Per fare questo ho cercato e ho creato nel tempo un mio stile grazie al connubio di più passioni; la prima è l’oreficeria, il mio lavoro; la seconda è l’amore per la natura: quando posso mi ritaglio del tempo per fare trekking, amo perdermi nella natura, in posti incontaminati, lontani dal caos e dal brusio cittadino dove lavoro e vivo tutti i giorni; la terza passione è la fotografia: il mezzo fotografico, il macro, mi ha permesso con la lente di avvicinarmi sul dettaglio… e quindi uno studio di superfici, di texture, di pattern, proprio dell’elemento organico, naturale, biologico, e quindi fiori, superfici naturali, insetti, foglie, piante e quant’altro. 

Le tre passioni le ricreo sull’oreficeria. Tutti i gioielli nascono prevalentemente attraverso una chiave di ispirazione organica, naturale. 


Quali sono invece le tue tecniche di lavoro?

Le tecniche sono molteplici, tutto ciò che comprende le tecniche di oreficeria classica, rivisitate in chiave contemporanea, anche per coprire e rispondere ai gusti un po’ di tutti. Quindi da oggetti più artistici a oggetti indossabili con facilità ogni giorno. Tutte le tecniche, quindi dalla modellazione, sbalzo e cesello, incassatura di pietre preziose, dal prezioso su solo oro al semi prezioso fino alla conchiglia di mare o al sasso di fiume, però sempre esclusivamente incassato su oro, argento o bronzo. E ancora: microfusione, modellazione, traforo, incisione, quindi tutto. 

Sono pezzi unici su mio disegno, su mia idea, e sono pezzi unici su disegno del cliente. Realizzo anche molto sul disegno del cliente, che sia un progetto rivisitabile che si può rivedere insieme o in fede, come il cliente mi manda tramite foto. 


Qual è il tuo rapporto con l’Oltrarno fiorentino?

Vivere in Oltrarno è fondamentale. Io ho cercato per molto tempo, quando decisi di mettermi in proprio, un posto dove poter aprire questa attività; come si può vedere è un piccolo laboratorio. Però è bello, mi fa bene immaginarlo così: io sono nata in via della Chiesa quarant’anni fa, mi sono spostata, sono stata anche all’estero, quando ho deciso poi di aprire, tra tanti posti che avevo visto trovai questo posto in via della Chiesa, quindi sono tornata a casa. È fondamentale. Era il quartiere degli artigiani, ora un pochino meno, ovviamente, per una serie di cose: negli anni molti hanno chiuso, per età o per le varie crisi economiche che ci sono state. Ma ci stiamo un po’ ripopolando. 

Come vivi invece il rapporto con le vecchie e con le nuove generazioni artigiane?

Sono un’artigiana classica. Utilizzo strumenti nuovi ma classici, manuali. Ci sono oggi molte macchine che già lavorano sul digitale e io sono ancora sul manuale. Mi piace proprio il movimento, muovere le braccia e fare tutto ancora esattamente a mano. 

È bella la connessione che si crea di volta in volta con i ragazzi più giovani di me che vengono, si affacciano, entrano, a volte mi chiedono: «Tu come hai fatto? Io vorrei iniziare, come potrei fare?». Io dico sempre: se ci si crede, arrendersi mai. È anche vero che bisogna crederci molto. Conosco molti ragazzi molto più giovani che escono adesso da scuola e, a differenza di quando l’ho terminata io, sia Porta Romana, oreficeria, sia l’Accademia in un secondo momento, non c’era la stampa 3D. Sono tecniche che non mi riguardano: come dico io, il giorno in cui tocco una stampante 3D per fare un prototipo vado contro quel che ho fatto fino a ora e quel che mi sono promessa di rimanere. 

Ma con piacere credo sia fondamentale la connessione. Quindi il vecchio che si connette al nuovo… ci possono essere delle belle connessioni e sinergie tra tecniche classiche e nuove. 


Che rapporto hai invece con i clienti? Lavori più con l’Italia o con l’estero?

Lavoro molto con gli stranieri però non solo. È già qualche anno che sono qui in Oltrarno e per mia fortuna, con piacere, lavoro molto anche con la gente locale

Il realizzare pezzi unici, sicuramente, è una marcia in più, è un poter dire sempre sì e non rifiutare mai alcun lavoro. Certo, va detto, è fondamentale, che io sono in una via un pochino meno visibile rispetto al centro e alle grandi strade con tantissimo passaggio. Come sopravvivo? È importante sapere che prima del Covid mi muovevo, ho partecipato a fiere di diversa importanza ma comunque grandi, in tutta Italia. Da Nord a Sud, mi spostavo per eventi, fiere, mercati, esibizioni e quant’altro. Questo ha fatto sì che abbia conosciuto tantissima gente, tantissimi stranieri, persone che ti ricontattano, persone che acquistano una prima volta, provano a capire chi sei, se il prodotto piace, se il prodotto resiste nel tempo (ti crei un feedback) e persone che poi, con mio piacere, ti ricercano. Il lavoro per mia fortuna è cresciuto negli anni. Ho abbandonato la maggior parte delle fiere che facevo; pochi mesi fa ho aperto anche un’altra piccola attività in collaborazione con altre ragazze quindi per me è cresciuto il lavoro ma sono sempre io che mi muovo tra fiere, bottega, dove nasce ogni singolo pezzo, e anche il negozio. Quindi le persone, anche se sono in una strada meno affollata, sanno che ci sono, arrivano e poi il passaparola credo sia sempre il miglior feedback. 

Io non sono molto brava con i Social, non è il mio lavoro e, come spiego sempre ai clienti, mi annoia anche, se non fosse per la parte fotografica. Io sono artigiana, non lavoro dietro le quinte, lavoro a porta aperta, le persone vengono, si siedono, parlano… mi piace proprio, ancora lo ripeto, la connessione col cliente diretto, che poi è quello che dà anche la credibilità nel tempo. Perché che un oggetto possa essere modificato o possa esserci una rottura, un’usura nel tempo, una misura che non va bene o qualsiasi altro piccolo cavillo che possa venir fuori, l’artigiano c’è. E come fa con mani, ci mette anche la faccia ed è sempre a disposizione per il cliente. 

C’è un oggetto che ami particolarmente o uno che ti è piaciuto in modo speciale lavorare?

Ti posso rispondere tutti. Tutti perché il fare pezzi unici non solo è una scelta personale, una personale filosofia di come procedere, di come dirigere il lavoro. Ma il realizzare e lasciare ogni primo singolo oggetto realizzato come pezzo unico senza crearne una gomma – che in oreficeria corrisponde a un modello, grazie al quale potrei ripetere lo stesso oggetto infinitissime volte – lavorare con pezzi unici ogni giorno è una nuova avventura. Quindi rispondendo a quale oggetto mi è piaciuto di più, sono stati tanti nel corso degli anni. 

Sicuramente mi danno molta soddisfazione le fedi nuziali, sono la prima a realizzarle e poi a emozionarmi spesso con i clienti. 

Mi è capitato l’anno scorso di inviare in Danimarca, a una coppia di ragazzi danesi conosciuti in bottega anni prima del Covid, le loro fedi nuziali. Loro mi dissero: «Ginevra, non so se lo vuoi fare… noi inviamo la foto di dove ci siamo conosciuti». Io aprii la foto ed era praticamente una catena montuosa in Spagna, dove questi ragazzi si sono incontrati, anche loro amanti del trekking. Ed è stato bello perché sulla misura della sposa, rispetto alla misura dello sposo, c’erano tantissime taglie di differenza quindi una doppia modellazione, e sono nate le loro fedi con tutta la cresta, la catena montuosa. Che detto così può sembrare un lavoro un po’ barocco, in realtà è venuto un bell’effetto. 

E poi quando vedi i clienti contenti, che ti spediscono regali dall’altra parte del mondo, piante, vengono qui, perché poi colleziono – io li chiamo “feticci” – foglie secche, piante secche, sassi… ci sono ormai persone che viaggiano e mi dicono: «guarda, ho preso questo, nel deserto, questo sasso, ci puoi fare qualcosa». Però io dico: no, non ci faccio niente, questo è un regalo, rimane in bottega. Quindi è bello. È magico. Lavorare al pubblico è magia. 


Ginevra, come ti vedi in un domani?

Per il domani mai dire mai. Sicuramente spero di crescere, non nego che inizio ad aver bisogno forse di un aiuto, di qualcuno che mi dia una mano con gli orari, con il tempo. Mi hanno proposto anche di andare ad insegnare in una scuola, quindi pensando che mi potrebbe piacere anche insegnare, beh, non vorrei però lasciare una bottega vuota quindi mai dire mai. Mi piacciono le scommesse, mi piace tentare, perché se è qualcosa che ti può far crescere, sempre ben venga. Sono aperta a tutto! 


Rasicci, l'azienda agricola ultracentenaria devota al vino naturale
Articolo di Alessia Matrisciano