I gioielli che portiamo addosso, o che conserviamo nelle cassettiere e nei portagioie di casa, non sono mai semplici oggetti: raccontano la storia di chi li ha cercati, e prima ancora quella di chi li crea. In quelli di Alemar ci sono gli oltre vent’anni di lavoro e di passione di Alessandro e Maria Rosaria Uglietti: incastonato nel centro di Mantova, il loro laboratorio porta in pianura Padana il sapere centenario di Borgo Orefici, il quartiere napoletano noto in tutto il mondo per la sua arte orafa.
Entrare da Alemar significa trovarsi sospesi nell'equilibrio perfetto tra passato e futuro di un mestiere che la tecnologia spinge all'evoluzione, e che tuttavia non rinuncia al valore aggiunto del fatto a mano. Se da un lato il banco da lavoro profuma di una manualità antica, fatta di lime e martelli impugnati fin dall'età di dodici anni, dall'altro la competenza tecnica traduce la creatività nei nuovi linguaggi del design e della modellazione 3D. Alemar è questo: un luogo dove la tradizione della bottega incontra la precisione delle tecnologie digitali.
Come nasce l'avventura di Alemar?
"Da una scommessa fatta da giovanissimi. Io ho iniziato la gavetta a Napoli, nel quartiere Borgo Orefici: lì ho passato anni, dai 12 ai 19 anni, semplicemente a osservare i maestri prima di poter passare al metallo prezioso. Maria Rosaria, invece, è una stilista e ha studiato design. Quando ci siamo trasferiti a Mantova a vent'anni, avevamo un sogno: un laboratorio tutto nostro.
Abbiamo iniziato in un piccolo spazio facendo solo riparazioni e creazione pura, investendo quel poco che avevamo proprio quando l'euro faceva il suo ingresso. Io ero la "parte manuale", lei la mente creativa. Per sedici anni siamo stati in via Verdi, ma sentivamo il bisogno di una svolta: così ci siamo spostati in questo nuovo spazio, acquistando macchinari all'avanguardia perché la gioielleria si sta evolvendo velocemente. Oggi siamo un team completo: io lavoro al banco, lei si occupa della contabilità e della progettazione. Perché dietro ogni anello, prima dell'oro, c'è un vero e proprio progetto tecnico."
Cosa nasce nel vostro laboratorio?

"Non ci poniamo limiti. Abbiamo una vastissima scelta di fedi — circa 70 modelli — che oggi sono sempre più personalizzate con incisioni e nomi. Una nostra grande particolarità è la linea di gioielleria antica. Nonostante io sia un fautore della modernità, il gioiello antico ha un impatto incredibile; collaboriamo con realtà di Napoli per realizzarli a mano qui in laboratorio. È una riscoperta sorprendente: piace moltissimo anche ai giovani per il suo carattere deciso, tanto da essere spesso scelto per i regali di laurea.
Non ultimo, c'è il lavoro di trasformazione. Molti clienti ci portano gioielli vecchi, magari legati a ricordi ma ormai fuori moda. Noi li rimoderniamo, cambiamo loro forma o li fondiamo completamente per creare qualcosa di nuovo. È una pratica molto sentita oggi: invece di acquistare un oggetto nuovo, si dà nuova vita a ciò che si possiede già. Il risultato è eccezionale perché il gioiello non perde la sua storia, ma cambia pelle."
Come si trasforma il metallo grezzo in un pezzo unico?
Tutto parte da un pezzo di metallo che viene fuso. Usiamo principalmente oro 18 carati (giallo, bianco o rosa) e argento 925; non usiamo acciaio o metalli poveri. Il metallo fuso passa nel laminatoio per ottenere la forma base — una piastra per un ciondolo o un filo allungato per i gambi degli anelli.
Qui interviene la manualità pura: il metallo va piegato, modellato e "sentito" secondo il progetto. Si possono creare piccoli dettagli come foglioline da ritagliare col seghetto o bombature particolari. I tempi cambiano in base alla complessità: se per una fede classica bastano poche ore, per un anello realizzato interamente a mano, senza strutture pre-pronte, servono anche tre o quattro giorni di dedizione assoluta. A tutto questo aggiungiamo la scelta delle pietre: smeraldi, rubini, zaffiri, ma anche acquemarine e opali, che selezioniamo accuratamente per qualità e lucentezza.
Al lavoro al banco integrate la tecnologia 3D. Come?
"Il 3D è una risorsa incredibile che usiamo soprattutto per i design molto complessi, dove ci sono molti pezzi sovrapposti. In passato, per ottenere certe forme, il gioiello doveva essere necessariamente massiccio e pesante. Oggi, grazie alla progettazione 3D, riusciamo a creare strutture più leggere e fini, con un grande vantaggio anche economico per il cliente: un oggetto che prima pesava 20 grammi, oggi può pesarne 8 o 10 senza perdere in estetica.
Il vantaggio principale è la precisione e la possibilità di creare un prototipo. Prima di fondere l'oro, prepariamo diversi modelli che il cliente può vedere e provare. Una volta approvato il design, procediamo con la fusione a cera persa. La macchina però non sostituisce l'uomo: arriva fino a un certo punto, poi tocca sempre alla mano dell'orafo rifinire, incastonare le pietre e dare quella "luce" che solo l'occhio umano può perfezionare."
Cosa vedete nel futuro di Alemar?

"Credo che nella vita non bisogna mai fermarsi. Ancora oggi frequento fiere internazionali, studio nuovi macchinari e tecniche di incastonatura perché la tecnologia offre innovazioni affascinanti che vogliamo integrare nel nostro lavoro. L’obiettivo, però, è migliorarci senza mai tradire l'aspetto manuale.
Abbiamo due figli: oggi non sappiamo ancora quale strada sceglieranno, ma se decideranno di seguire le nostre orme speriamo di trasmettere loro l'amore per il lavoro a mano. Vedere indossato un gioiello che prima non esisteva, nato da un'idea e creato con le proprie mani, è una soddisfazione che non ha prezzo."





Alemar: l'equilibrio prezioso tra antica manualità e design del futuro