Ugit Lago di Como, una storia dietro un gioiello

Articolo di Irene Maria Rita Milisenda

Tre pesciolini in argento, tre come i tre rami del Lario, realizzati a mano, incastonati dentro un filo di seta, compongono i braccialetti “Ugit Lago di Como”. Non sono solo dei gioielli, ma dietro c’è una storia, l’amore per un luogo che racconta il legame con la tradizione e gli affetti personali.

A realizzare questi gioielli è Silvia Pecis, mamma e grafica pubblicitaria. Partendo dai racconti di nonno Ottavio, ha fatto riemergere alla memoria il termine “Ugit” che nel dialetto lecchese si riferisce ai piccoli pesci del lago. Innamorata dei suoi luoghi, di Varenna, dove è vissuta da piccola, ha deciso di realizzare questi piccoli braccialetti, un accessorio raffinato, elegante e che racchiude dentro tante emozioni. I gioielli sono tutti rigorosamente lavorati a mano e sono creati con l’antica tecnica della fusione a cera persa da parte della Gioielleria Nani di Mandello del Lario e poi il nastro che compone il bracciale è in seta pura di Como. I colori sono proprio quelli che rievocano i paesaggi lecchesi.

Silvia ha un motto ben preciso per descrivere i suoi gioielli: “Ugit Lago di Como. Per chi cerca una storia dentro ogni cosa”.  


Quando nasce l'idea dei gioielli?

"E' un brand che ho pensato ormai 10 anni fa. Ho pensato di dedicare  qualcosa al mio lago, dove sono cresciuta da bambina. In particolar modo a Varenna, che è la perla del lago, è uno dei paesi più belli del lago di Como. E ripensando un po' alle mia infanzia, a cosa avrei potuto creare, mi è venuto in mente un gioiello perché è una cosa versatile, una cosa piccola che può essere comoda per per un acquisto come souvenir. Volevo però fare una cosa non banale, ma una cosa veramente pensata interamente sul lago di Como. Non pezzi comprati da destra e sinistra ma assemblati,  creati  e venduti solo sul lago di Como", racconta Silvia. 

"Ugit non è nient'altro che il nome dei piccoli pesci, gli avannotti, praticamente i pesciolini piccoli del lago. Era una parola che sentivo dire a mio nonno, mentre pescava a Villa Monastero, mi parlava di questi Ugit e mi sembrava una parola simpatica e quindi così è stato un omaggio a lui", sottolinea Silvia con gli occhi che gli si illuminano quando parla del nonno. 

Quali i materiali che utilizzi?

"Unisco le due caratteristiche tipiche del nostro lago che sarebbe il metallo, che è tipico della zona di Lecco, io chiaramente ho scelto un metallo prezioso per il mio prodotto di punta che è l'argento, viene lavorato in un'antica bottega orafa di Mandello dell'Ario.  L'altro prodotto che lo compone è la seta pura di Como, che viene lavorata da una sarta locale. Li ho disegnati io e sono tre come i tre rami del lago di Como. In un secondo momento ho aggiunto dei prodotti in acciaio che sono un po' più semplici, però ripeto, il prodotto di punta è quello al quale  io sono più affezionata"

Qual è il tuo motto?

"Proprio perché tutto il mio brand nasce da una storia vera, da un sentimento, da un ricordo, da un racconto, i mio motto diciamo è "per chi cerca una storia dentro ad ogni cosa", proprio perché ogni cosa in questo caso ha davvero una storia vera e nasce da qui a Varenna su questo questo ramo su questo paesino del lago". 

                                                                           

Quali progetti futuri?

“Sono sempre un po' in fermento. Tante idee, devo spesso metterle in pratica, ma a questo punto sono comunque soddisfatta del lavoro che ho fatto, per i risultati e soprattutto perchè piace e viene apprezzato e mi piace che la gente capisca quello che c'è dietro. Non è un semplice prodotto di vendita e ma è proprio una piccola storia che ognuno si porta appresso", dichiara Silvia che ha avviato insieme ad una collega e amica un altro progetto: i caratteri mobili in legno. 

"Abbiamo intrapreso quest'altra avventura. Abbiamo recuperato su e giù per l'Italia i caratteri mobili in legno, cioè gli antichi caratteri in legno che utilizzavano i tipografi per fare le bozze, ne abbiamo circa una dozzina e un piccolo strumento per poterli stampare che si chiama tirabozze. Ci siamo dati a  questa antica arte della tipografia ed è bello perché è tutto a mano,  a volte i caratteri sono rovinati, a volte mancano, e ti devi ingegnare per tirare fuori qualcosa di bello ed è una cosa a cui teniamo molto", ha concluso Silvia. 







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