Di tutte le cose che si possono realizzare con il vetro, poche corrispondono alle forme in cui ci proietta Vetridivetro, piccolo spazio incastonato nel quartiere del Carmine a Brescia. Siamo nel quartiere degli artisti della "città del tondino", e proprio qui l'arte prende corpo in una materia inaspettata e nelle forme più disparate. Quelle minimaliste e quasi bambinesche di stelle, lune e barchette di carta, casette e lampadine stilizzate. E quelle scultoree dei quadri, dei cuori e delle vetrate.
Tutte nascono dalle mani e dal pensiero di Emanuele Frassi, artista e artigiano che trasforma lastre di recupero e residui di cantiere in oggetti di design e installazioni. Nel suo laboratorio, il vetro non è un diaframma trasparente per guardare fuori, ma una materia da incidere, saldare e colorare con ossidi naturali. Tra i banchi di lavoro si muove una ricerca che evita la decorazione fine a se stessa per cercare una sintesi tra l'esperienza artigianale e la sperimentazione accademica.
Come nasce il progetto Vetridivetro e cosa ti ha riportato a questo materiale?
Ho iniziato a tredici anni, seguendo un corso di un mese e mezzo che si è concluso con la mia prima vetrata. Da quel momento, il vetro non mi ha più abbandonato, anche se la vita mi ha portato lungo percorsi molto distanti: studi tecnici, anni trascorsi nel commercio tra l'Italia e il Sud America e persino una laurea in filosofia. Tutto sembrava scollegato, finché nel 2016 ho lavorato al cantiere di The Floating Piers con Christo sul lago d'Iseo. Sentire di nuovo quell'energia creativa mi ha spinto a dire basta: ho deciso di chiudere con la vendita pura per dedicarmi solo a ciò che volevo fare davvero.
Vetridivetro è nato così, come la parte artigianale e "bottegaia" del mio lavoro. Oggi, a 43 anni, ho alzato l'asticella iscrivendomi all'Accademia di Belle Arti: sto portando avanti una ricerca più concettuale, lavorando con la stampa a fuliggine sul vetro e realizzando installazioni che giocano con gli specchi e il paesaggio.
Come nascono i tuoi lavori?
La tecnica è quella classica delle vetrate artistiche, nota come tecnica Tiffany, ma con un’evoluzione necessaria. Ho abbandonato completamente l'uso del piombo, che storicamente serviva a unire i vetri, perché è un metallo pesante estremamente tossico, sia al tatto che durante la saldatura a caldo. Oggi utilizzo il metodo invece la stagnatura su nastro di rame: ogni singolo pezzo di vetro, dopo essere stato tagliato a mano e rifinito con una mola diamantata, viene bordato con un sottile profilo di rame adesivo. Solo a quel punto i pezzi vengono affiancati e saldati tra loro con lo stagno.
Anche per la fase finale, quella dell'ossidazione che serve a dare una patina scura o dorata ai profili, evito prodotti chimici aggressivi preferendo un ossido naturale derivato dalle bucce di mela. È un processo lento, che richiede aspiratori e protezioni, ma che garantisce un risultato solido e sicuro per chi vive l'oggetto in casa.
Da dove arriva il vetro che trasformi?
La mia materia prima preferita è il vetro di recupero. Durante il boom del bonus 110 ho recuperato moltissimi vecchi serramenti: la gente cambiava infissi ancora validi solo per approfittare degli incentivi e io andavo dalle ditte di serramenti a ritirare quelle lastre. È un lavoro faticoso perché oggi i vetri sono quasi tutti doppi o tripli; devo aprirli a mano, pulirli dai residui di sigillante e riportarli allo stato di lastra singola lavorabile.
Il vetro colorato invece è una sfida diversa: non si trova di recupero e i costi sono lievitati, anche perché molti centri di produzione del pregiato "vetro cattedrale" si trovano in zone di conflitto o con cui il commercio è diventato difficile. Nobilitare il vetro trasparente che altrimenti finirebbe in discarica è diventata una missione: trasformo un pezzo di vecchia finestra in una lampada o in una barchetta, dandogli un valore estetico che prima non aveva.
Che cosa si trova da Vetridivetro?
Dipende: ultimamente funzionano molto i fiori, piacciono molto anche i cuori, sia in fusione che saldati. In generale vado dall’illuminazione all’arredo interni, fino agli orecchini, le collane e gli specchi. Tendo a non riproporre sempre le stesse cose, la mia produzione spazia molto perché l’impronta artistica e il disegno originale ci sono sempre.
Tra le creazioni più apprezzate, poi, ci sono le lampadine. Questa idea è un omaggio alla Narva, una lampadina prodotta nella Germania dell’Est, che non si spegneva mai e aveva una durata pressoché infinita. Si scontrava però con l’obsolescenza programmata dei mercati occidentali, e così dopo la caduta del muro di Berlino non è stata più prodotta. Ho voluto rendere omaggio a questo prodotto, le lampadine sono quindi un paradosso artistico: sono realizzate interamente in vetro e stagno, ma non contengono filamenti né elettricità. Non si accendono mai e perciò, per logica, non potranno mai bruciarsi né spegnersi. Sono un monumento alla durata e un modo per rendere eterno un oggetto che oggi consideriamo tra i più precari e sostituibili del nostro quotidiano.
Cosa vedi nel tuo futuro di artista e artigiano?

Spero di non fermarmi. Mi piace quello che faccio ora, ma la mia ambizione è fare cose sempre più grandi. In passato ho già avuto modo di sperimentare: ho vinto il primo premio alla Biennale di Bari con un'installazione esposta in Basilica e, per due anni consecutivi, la ditta di mobili Porro mi ha commissionato l'allestimento del suo stand del Salone del Mobile. Vedere le mie casette e i miei cubi in uno dei luoghi più importanti della manifestazione è stata una grande soddisfazione. Esiste un equilibrio tra la sostenibilità della vita e l'arte? Probabilmente non lo troverò mai. Però ci sono tanti concorsi e soprattutto c'è la voglia di vedere riconosciuto il valore di un materiale che, pur essendo fragile, può sostenere visioni molto ampie.




Vetridivetro: l'officina bresciana dove il vetro diventa arte