Torna in primo piano la coltivazione di cotone in Puglia, grazie alla presenza degli attuali 300 ettari coltivati nel Foggiano. Si tratta di un fenomeno in crescita, che ha rivisto la luce nel 2020 principalmente grazie a Michele Steduto e Pietro Gentile, soci del gruppo tessile Gest.
I due imprenditori hanno scelto di scommettere sul territorio: partendo, 6 anni fa, da una semina di poche decine di ettari, oggi producono cotone 100% biologico al fine di realizzare capi d’abbigliamento d’eccellenza.
Ma Michele e Pietro non sono soli in questa sfida. Sono infatti circa 20 i produttori che stanno offrendo il loro prezioso contributo per riportare in auge un’attività con profonde radici nel passato, testimonianza del carattere resiliente del Made in Italy.
Fondamentali, in questo percorso, sono anche iniziative come l’Apulia Regenerative Cotton Project, nata nel 2023, che promuove una coltivazione sostenibile e rigenerativa del cotone in Puglia.
Tuttavia, per comprendere appieno il valore di questa rinascita, è necessario guardare indietro. Quello che oggi interpretiamo come un passo verso il futuro è, in realtà, il risveglio di un’eredità antica: una tradizione, quella della cotonicoltura, che rappresenta da secoli la vera essenza del saper fare italiano.
L'arrivo del cotone in Italia e il primo declino
Un tempo, il Sud Italia rappresentava il fornitore chiave di cotone a livello europeo. Alcuni studiosi sostengono che i semi siano stati importati dagli Arabi nell’VIII secolo, insieme alle competenze agricole necessarie alla loro cura. Specifiche varietà sarebbero arrivate nel Mezzogiorno grazie all’espansione araba nel Mediterraneo, dando il via alla coltivazione locale e all’epoca d’oro per il Bel Paese, tra il 1000 e il 1400.
Una seconda tesi colloca l’importazione del cotone tra il IV e il VI secolo d.C. con i Greci del Basso Impero. Resta il fatto che l’Italia Meridionale è stata per secoli il fulcro della produzione per l’industria europea, reggendo il confronto con mercati come Venezia, Portogallo e Olanda.
Poi, arrivò il declino. La causa? La scoperta dell’America e la successiva colonizzazione. Tra la fine del 1500 e l’inizio del 1600, infatti, il Sud Italia non riuscì più a competere con i prezzi e le quantità del cotone americano, in quanto si basava su una produzione artigianale.
È con la Guerra d'Indipendenza Americana che il cotone italiano tornò a calcare la scena come protagonista. Durante il conflitto contro l’Inghilterra, l’importazione di fibra d’oltreoceano subì un arresto forzato: era questo il momento ideale per il Meridione per rilanciare la propria produzione.

La resistenza della tradizione rurale davanti all'industrializzazione globale
La decadenza dell’attività di cotonicoltura in Italia si verificò più volte, durante diversi periodi storici che hanno segnato le sorti del commercio globale. Eppure, ogni crisi anticipò altrettante resurrezioni.
È il caso del Blocco Continentale del 1806, quando Napoleone vietò ai Paesi controllati dalla Francia di commerciare con la Gran Bretagna, incoraggiando la coltivazione di cotone nel Mezzogiorno per rendere l'Europa autosufficiente.
Tuttavia, una terza fase di declino sopraggiunse con la caduta di Napoleone e il Congresso di Vienna. Con la riapertura delle rotte, l’attività inglese riprese e i prezzi si abbassarono, relegando nuovamente l’Italia dietro le quinte.
A pesare fu soprattutto la mancata modernizzazione dei processi produttivi, rimasti ancorati alla tradizione mentre il mondo si industrializzava. Sebbene lontana dai mercati internazionali, l’eredità della fibra restò viva attraverso il sapere dei contadini.
Un terzo momento di ripresa arrivò con la Guerra di Secessione Americana, durata dal 1861 al 1865, che costituì una preziosa occasione di riscatto per il cotone Made in Italy.
Una speranza che però si concretizzò solo in parte: all’inizio del ‘900, infatti, la fibra tornò a rappresentare una coltura marginale, schiacciata dalla concorrenza globale.
A incentivarne nuovamente la produzione in Puglia, Sicilia e Calabria fu l’imposizione dell’autosufficienza economica dell’Italia da parte del regime fascista, durante gli anni ’20 e ’30. Ma con la fine della guerra e del fascismo, i contadini abbandonarono le campagne e migrarono al Nord, in cerca di un lavoro più redditizio. Nel frattempo, l’arrivo delle fibre sintetiche favorì la modernizzazione.
Questo passaggio segnò la fine di un'era: il sapere millenario dei contadini non bastava più a reggere il confronto con le logiche della globalizzazione industriale. A decretare la scomparsa della coltura per oltre mezzo secolo sono stati gli elevati costi di produzione e manodopera uniti al crollo della domanda di cotone naturale, in favore di nylon e altre fibre sintetiche.
Il riscatto dell'artigianalità attraverso l’eccellenza del Made in Puglia
Se fino agli anni ’40 la raccolta di cotone rappresentava un valore significativo per l’autosufficienza economica del Sud Italia, a partire dagli anni ’50 l’assenza di una meccanizzazione adeguata e la ridotta competitività del cotone 100% italiano resero i tessuti artificiali decisamente più appetibili per il mercato.
Il problema di fondo di quegli anni era proprio questo: mentre il resto del mondo puntava sulla produzione in larga scala, la piccola impresa agricola nelle zone più vocate di Puglia, Calabria e Sicilia restava legata a metodi colturali arcaici. Ne ha conseguito l’impossibilità di provvedere alla propria sussistenza attraverso un modello produttivo ormai in declino.
Oggi, dopo oltre mezzo secolo di oblio, il cotone torna a colorare di bianco le distese della Puglia. A differenza del passato, però, la rinascita che il settore agricolo sta vivendo non è dettata da un'emergenza bellica o da un obbligo politico, bensì da una scelta consapevole e dal desiderio di mantenere viva una tradizione che ha sempre caratterizzato il nostro Paese.
Inoltre, gli agricoltori pongono una particolare attenzione al controllo totale della filiera: se un tempo il cotone era esportato come materia prima verso i mercati globali, ora si predilige la gestione diretta di ogni fase, mantenendo il prodotto sul territorio per trasformarlo in manufatti tessili di altissima qualità.
Non si tratta soltanto di una scelta che porta benefici economici, ma di un atto di fedeltà alle proprie radici. Dare il meritato valore alla fibra naturale piuttosto che arrendersi al dominio delle fibre sintetiche, dunque, è per noi un dovere morale.
