A Lagos, un uomo d'affari che fino a due anni fa non guardava niente al di sotto di un Bordeaux sta assaggiando un Lambrusco Grasparossa DOC Amabile. Fa una pausa, annuisce, ne ordina una cassa. Poi chiede all'importatore seduto di fronte a lui: «Cos'altro avete dall'Italia?». È una domanda piccola, pronunciata tra un piatto e l'altro in una metropoli da venti milioni di persone. Ma per chi prova a vendere vino italiano in Africa, è la domanda che cambia tutto.
Un continente, cinquantaquattro mercati
L'errore più comune per chi vuole esportare vino in Africa è parlare del continente al singolare. Cinquantaquattro Paesi, oltre 1,5 miliardi di persone, e una frattura culturale che pesa più di qualsiasi dogana: il Nord prevalentemente islamico, il Sud in larga parte cristiano. È questa divisione, prima ancora dell'economia, a decidere dove il vino può entrare e dove la porta resta chiusa.
Le barriere tariffarie traducono questa complessità in numeri brutali — il Marocco applica dazi del 49%, l'Egitto arriva a livelli quasi surreali, fino al 3.000% sugli spumanti. Il mercato del vino africano, in termini assoluti, resta piccolo: circa 659 milioni di dollari di importazioni nel 2024, contro i 6,57 miliardi dell'Asia. Ma i numeri di partenza non raccontano la direzione. E chi lavora sul campo lo sa bene.

«Il mercato del vino nel resto del mondo è saturo, ma non è saturo in Africa», dice Stefano Gabba, italiano di Cape Town e fondatore di Gabba International, società specializzata nell'importazione di etichette italiane. E qualcuno ci sta scommettendo già. Italian Wine Brands, in tre anni, è passata da un solo mercato africano a sette — Ghana, Mozambico, Kenya, Rwanda, Angola, Sudafrica, Nigeria — aumentando le spedizioni da un container a oltre quindici all'anno. Cavit, colosso cooperativo trentino, ammette che l'Africa pesa meno dell'1% del fatturato, ma la tratta come una scommessa necessaria, perché i mercati maturi lasciano sempre meno spazio e i nuovi si conquistano solo arrivando per primi. Non è una corsa all'oro — è una semina. Ma chi arriva prima, pianta più in profondità.
Il gusto che ribalta i pregiudizi
Il caso più eloquente è la Nigeria: oltre 230 milioni di abitanti, un PIL in crescita del 4,4%, 52,9 milioni di dollari di vino importato nel 2024. L'Italia vale appena il 4%, contro il 39% della Francia — eppure è qui che si smonta il luogo comune più resistente: l'idea che per vendere vino in Africa basti abbassare il prezzo. Ehichioya Nicholas Isesele di NicotaWines — oltre quaranta referenze in catalogo, di cui la maggior parte italiane — racconta un mercato che evolve in fretta: «La gente non compra più solo i vini famosi». Il Lambrusco conquista per dolcezza e versatilità con la cucina speziata; Prosecco e Moscato d'Asti funzionano come alternative accessibili in contesti di socialità; i rossi strutturati — Primitivo, Nero d'Avola, Negroamaro — reggono l'abbinamento con il piccante e trovano spazio in hotel e ristoranti. Non a caso il Gambero Rosso ha portato per la prima volta a Lagos il Top Italian Wines Roadshow, scegliendo la città che detta i consumi per tutta l'Africa occidentale.
In Sudafrica la partita è diversa: il vino locale domina la fascia bassa con qualità consolidata, e competere sul prezzo non ha senso. «Non importerò mai vini da 1,20 euro dall'Italia perché non possiamo venderli», chiarisce Gabba. Quello che funziona sono le denominazioni riconoscibili — Chianti, Valpolicella, Soave — e il valore del terroir d'origine: i sudafricani stanno piantando Sangiovese e Vermentino, e proprio qui l'Italia può mostrare il pedigree, la differenza tra una copia e l'originale.

C'è poi un dato che ribalta la narrazione più diffusa: in diversi mercati africani non sono i rossi ad aprire le porte, ma bianchi e bollicine. Prosecco come alternativa accessibile allo Champagne, Moscato d'Asti per la nightlife urbana, spumanti con un tocco di dolcezza che intercettano occasioni di consumo locali. La curiosità per denominazioni più complesse — Amarone, Ripasso, Super Tuscan — arriva dopo, come naturale evoluzione. Ma perché arrivi, serve un ingrediente che nessuna etichetta può contenere: l'educazione. In Kenya, dove il mercato vale circa 21 milioni di dollari di importazioni e l'Italia pesa già l'11%, Victoria Mulu-Munywoki — sommelier e capitana del Team Kenya ai World Blind Tasting Championships — lo dice con chiarezza: la cultura del vino nel paese si è evoluta in modo significativo nell'ultimo decennio, e la formazione continua è il catalizzatore che permette ai consumatori di salire nella catena del valore. Il vino italiano abbinato al cibo locale, spiega, è il modo più efficace per creare una connessione autentica, senza far sentire nessuno estraneo alla propria cultura gastronomica. Non si tratta di esportare un prodotto, ma di innestarlo in un contesto.
La strada è lunga, ma il verso è quello giusto
L'export di vino in Africa ha anche un'altra faccia: burocrazia, dogane imprevedibili, problemi di pagamento, in alcuni casi corruzione. Il Mozambico, dove il vino portoghese domina per eredità coloniale con il 50% delle importazioni, è l'esempio più crudo. Stéphane Derweduwen di Vinum Africa importava dieci-quindici container l'anno, poi ha dovuto rallentare: licenze mai validate, container fermi sotto il sole per settimane, tangenti in dogana. La sua ultima importazione di vino italiano risale al febbraio 2025. Oggi ha cambiato strategia: meno quantità, più qualità, con etichette come Barolo e Prosecco in stock perché importare piccole partite di fascia alta risulta più gestibile. La domanda, però, non manca — e assume forme inattese: un cliente ha comprato un intero container per farne regali di Natale a famiglia e amici, un gesto che in Europa apparirebbe inconcepibile. La conclusione di Derweduwen è pragmatica: il potenziale c'è, ma senza investimenti concreti dei produttori gli importatori non possono farsi carico di tutti i rischi.
Ma chi conosce l'artigianato italiano riconosce subito questa dinamica. È la stessa sfida che affrontano i ceramisti, i pellettieri, i maestri vetrai: entrare in un mercato nuovo non abbassando il prezzo, ma alzando il racconto. Investendo in presenza, in relazioni, in tempo. Andrea Nicolini, export director di Cavit, lo dice con una frase che vale come bussola: «Non pensiamo che l'Africa sarà il nuovo El Dorado, ma se non ci sei, non lo saprai mai».



Un calice tra due continenti: il vino italiano guarda all'Africa