Primitivo di Manduria e non solo: i vini cosmopoliti di Bruno Vespa

Articolo di Giuseppe P. Dimagli

Capi di stato e di governo, premi Nobel, stelle dello sport e dello spettacolo. Persino il papa santo, Giovanni Paolo II. Nella sua ultrasessantennale carriera, Bruno Vespa ha incontrato e intervistato altissime personalità internazionali, eppure a cena con Carlo d’Inghilterra non c’è mai stato. In compenso, sulla tavola di un royal dinner a Buckingham Palace nel 2016 ci sono andati i suoi vini, quelli che produce a Manduria, nel Tarantino, da appena due anni prima che li scoprissero i Windsor.

Nel 2014, infatti, affiancato dai figli Alessandro e Federico e dalla moglie Augusta Iannini, il conduttore di Porta a Porta ha deciso di trasformare in un’impresa vitivinicola l’antica passione enoica trasmessagli dall’amico Luigi Veronelli, e raccontata per decenni sulla carta stampata in veste di giornalista winelover.

È nato così il brand Vespa, salentino per origine e cosmopolita per vocazione. Contrassegnate dalla sua grande V, ogni anno viaggiano nel mondo circa 250mila bottiglie, con dentro tutta la sapienza e l’eclettismo di cui è capace il re degli enologi Riccardo Cotarella, che l’anchorman vignaiolo ha voluto accanto a sé nell’avventura del vino.

E a queste latitudini, l’etichetta principe della casa non poteva che essere un Primitivo di Manduria Doc. Al Raccontami, infatti, il Gambero Rosso ha attribuito il massimo del punteggio per dieci anni consecutivamente, così da permettergli di fregiarsi della stella, come accade alle squadre di calcio ogni dieci scudetti vinti. 

Ma nella serie A dei vini, Vespa scende in campo anche con altri vitigni, tra cui i due autoctoni negroamaro e fiano. Il primo persino spumantizzato, il secondo sublimato in un passito.

«Il miglior riscontro sulla qualità dei nostri vini ci viene direttamente dai consumatori, che li collocano come prodotti di fascia medio-alta», sottolinea Salvatore Mero, viticultore manduriano di lungo corso e vicepresidente del Consorzio di Tutela del Primitivo di Manduria Doc e Docg.

È lui l’amministratore delegato della vitivinicola della famiglia Vespa. La sua attenzione è ovunque, i suoi piedi anche. Perché l’azienda è tutta da camminare: dalla terra argillosa dei vigneti (che, oltre che a Manduria, si trovano anche nei paesi circostanti di Avetrana e Lizzano), all’audace percorso esperienziale dei ledwall totem, che accoglie i visitatori in cantina.

Fino alla cinquecentesca masseria Li Reni (quella dei forum con ministri, parlamentari e industriali), che Vespa ha destinato a ricettività, ristorazione ed eventi.

Fare vino in Puglia, per convinzione e per amore. Sono queste le basi di Vespa Vignaioli?

"Sì, Tutto cominciò nel 2014. Il dottor Bruno Vespa, grande estimatore di vini italiani e stranieri, volle trasformare questa sua passione in una realtà viva, diventando da fine degustatore un produttore vero e proprio. 

La scelta ricadde su questa parte della Puglia per la qualità del terroir e delle uve e perché era, ed è, una regione in fase di grande sviluppo enologico. Arrivato qui, Vespa ha effettuato un primo investimento per poi, negli anni, costruire qualcosa di veramente importante. 

Ha iniziato con l'acquisto dei vigneti, poi la realizzazione della cantina, fino all’acquisizione e alla sistemazione di una vicina masseria, che chiude il ciclo dell’esperienza vino con l’ospitalità: un agriturismo con quattordici alloggi di elevato standard qualitativo e un elegante ristorante, in cui si servono non solo i prodotti della masseria, ma anche di altri territori pugliesi. 

I nostri chef sono molto attenti a rivisitare in maniera innovativa la tradizione culinaria del posto, senza tradirne la tipicità".

Nella terra del Primitivo, avete deciso di puntare sulla varietà dell'offerta?

"L'azienda conta su 32 ettari di superficie vitata. Le cultivar che trattiamo sono soprattutto autoctone: principalmente primitivo, ma anche negroamaro. Poi abbiamo il fiano e la verdeca, due varietà a bacca bianca.

Una menzione a parte merita l’uva di Troia, che, pur essendo una cultivar pugliese, non è tipica del territorio di Manduria: ci sta dando grandi soddisfazioni per l’alta qualità dei vini che ne stiamo ricavando e per l’apprezzamento sul mercato dell’Horeca. È stato proprio il nostro Nero di Troia Helena a conquistare i palati reali di Buckingham Palace.

Raccogliamo molte soddisfazioni anche dalle riviste di settore, che hanno tributato diversi riconoscimenti alle nostre etichette. Il Primitivo di Manduria Doc Raccontami ha ricevuto per dieci anni consecutivi i Tre Bicchieri del Gambero Rosso ed è stato considerato top anche da altre guide, come Bibenda

Quest’ultima ha più volte assegnato i Quattro Grappoli al Donna Augusta, un blend di chardonnay, fiano e verdeca, decretandolo miglior vino dell’anno nel 2022. Questi successi hanno fatto in modo che i nostri vini fossero inseriti nelle carte di tantissimi ristoranti prestigiosi e nell’offerta di enoteche specializzate, anche di nicchia".

Com'è organizzato il ciclo di produzione, dalla campagna al vino?

"Innanzitutto, seguiamo la fase fenologica del frutto. Di conseguenza, le uve vengono raccolte nel momento in cui sono mature; per meglio dire, nel momento in cui sono pronte per il vino che si vuole ottenere.

Iniziamo quasi sempre con i bianchi. Siccome produciamo uno spumante da negroamaro a metodo classico, con maturazione sui lieviti di 36 mesi, procediamo anche con gli anticipi di vendemmia, proprio per realizzare la base della bollicina. Pertanto, le uve che vengono vendemmiate prima subiscono una vinificazione anticipata

Il grande protagonista del ciclo di lavorazione è però il primitivo, che tra i processi di vinificazione sta temporalmente nel mezzo. Anche le produzioni dei bianchi, del Negroamaro fermo e del Nero di Troia hanno, rispettivamente, tempi differenti di lavorazione. 

A seconda della tipologia, le uve vengono vendemmiate in momenti diversi: iniziamo da metà agosto con il primitivo e terminiamo a fine ottobre con le varietà più tardive, eccetto annate particolari in cui la raccolta termina qualche settimana prima.

Il nostro intento è quello di coniugare tradizione e innovazione. Riguardo al primo aspetto, basterebbe ricordare che abbiamo quasi due ettari di viti coltivati ad alberello, con piante di oltre 80 anni di età. Il dottor Vespa le coccola gelosamente. 

Le trattiamo in maniera tradizionale, coltivandole ancora come si faceva una volta, principalmente con lavori manuali, usando piccoli mezzi e, soprattutto, tanto impegno da parte della manodopera. 

Ma siamo comunque moderni e innovativi, perché anche il frutto che nasce da questi alberelli viene trasformato e vinificato impiegando le massime tecnologie oggi disponibili: analisi sul campo per misurare la curva di maturazione e controllo della temperatura in cantina. Facciamo in modo che il sacrificio impiegato per mantenere produttivi alberelli così vecchi dia il massimo risultato anche in bottiglia.

Poi c’è il capitolo della sostenibilità. Abbiamo le certificazioni CSQA in materia ambientale. Attuiamo un costante monitoraggio in campagna, al fine di intervenire in tempo reale – e non a scadenze programmate – sulle fitopatologie e sulle aggressioni di insetti, per limitare al massimo l’uso della chimica. 

Non lasciamo i campi, per così dire, nudi: li copriamo con seminativi di essenze mirate, capaci di generare biomassa che, trasformata, diventi sostanza organica per la concimazione naturale dei terreni. 

Disponiamo di sistemi di raccolta e uso delle acque piovane e depuriamo e riutilizziamo anche quelle di lavorazione. Tramite sensori nel terreno, misuriamo costantemente l’evapotraspirazione, in modo da intervenire solo con eventuali irrigazioni di soccorso. Infine, la cantina è dotata di impianti fotovoltaici, che la rendono autonoma dal punto di vista energetico".

Su quali mercati approdano i vini Vespa?

"I prodotti sono ben distribuiti, sia in Italia sia all’estero, grazie al loro equilibrato rapporto qualità-prezzo. L’azienda si sforza di diversificare. Non si focalizza su un mercato in particolare: siamo sempre orientati a penetrare nuovi mercati e a sperimentare nuove situazioni, specie in un momento delicato come questo. 

I dazi sul fronte statunitense hanno provocato dei rallentamenti, ma stiamo affrontando la contingenza, cercando innanzitutto di spingere sulla promozione e di stringere nuovi accordi con i nostri importatori, attraverso formule particolari di scontistica, che portino a limitare quanto più possibile l'aumento dei prezzi a scaffale".

Quale futuro attende Vespa Vignaioli e il Primitivo di Manduria, oggi toccato da una difficile congiuntura?

"Per l’azienda vedo un futuro molto roseo per un motivo ben preciso: ha le idee chiare. È attenta alle innovazioni tecnologiche, ma anche alle evoluzioni del mercato, intese come cambiamenti di gusti e stili di consumo. Per esempio, dall'anno scorso produciamo un bianco con una bassa gradazione, 10,5 gradi, proprio perché oggi c’è una fascia di mercato che apprezza particolarmente queste tipologie di vini. 

E anche la nostra attenzione all’ambiente e alla sostenibilità è un valore che asseconda le richieste del consumatore. Viviamo un momento di transizione, in cui le nuove generazioni stanno arrivando nella fase della maturità, e noi dobbiamo accompagnarle alla corretta scoperta del vino.

Per quanto riguarda il Primitivo, nonostante le attuali difficoltà, non vedo crisi tali che lo facciano scomparire dal mercato, perché comunque è un prodotto consolidato, ovunque nel mondo. La domanda può subire una contrazione, come tutte le cose che nascono e crescono in maniera veloce. 

Poi arriverà un momento di assestamento in cui, molto probabilmente, questo vino si affermerà ancor più con la qualità, rispetto all’accessibilità del prezzo che sinora lo ha, in qualche maniera, contraddistinto".

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