Il suo cliente più autorevole risiede al Quirinale, ma quando torna a Palermo per il fine settimana, Sergio Mattarella in persona non esita a contattarlo per restaurare o rimettere in sesto i tappeti della sua casa di via Libertà.
È solo uno dei tanti aneddoti che Ataollah Shahidi racconta sottovoce tra le mura della sua bottega in corso Vittorio Emanuele.
Arrivato dall’Iran a Palermo nel 1985 per motivi di studio, Shahidi cercò un lavoro per mantenersi, scoprendo quasi per caso di possedere un mestiere nel proprio DNA culturale. Notando la mancanza di laboratori specializzati nel restauro di tappeti, ha deciso di onorare la tradizione persiana aprendo una propria attività, diventando presto un punto di riferimento per l’intera città.
A Palermo, infatti, quasi ogni famiglia custodisce un tappeto antico, spesso risalente a fine Ottocento, ricevuto in eredità da nonni o zie.
Da Shahidi, questi preziosi manufatti trovano nuova vita: se il restauro conservativo non è possibile, l'artigiano è in grado di rigenerarli, assemblando frammenti diversi per creare opere d’arte tessili uniche, nate per essere calpestate o ammirate come quadri alle pareti.
La filosofia di Shahidi è semplice: custodire il valore dell’artigianato autentico. Da quarant’anni, tappeti e ceramiche vengono trattati con la stessa cura che si riserva alle cose che contano davvero: oggetti fatti a mano, carichi di storia e destinati a durare nel tempo. Ogni intervento rispetta l’anima del pezzo, fondendo radici, gusto e personalità in un’unica trama.
Dall'Iran a Palermo: qual è l'anima della bottega Shahidi e come si è evoluta in questi quarant'anni?
"Nel 1985 sono arrivato a Palermo per studiare Architettura. Per mantenermi gli studi, ho iniziato a restaurare tappeti, consapevole che ci fosse molta richiesta in città. Alla fine non ho concluso il percorso accademico, ma ho costruito su questa attività la mia intera vita".
Come si svolge la quotidianità nella sua bottega e di cosa si occupa principalmente oggi?

"La nostra attività spazia dalla creazione di tappeti nuovi alla ricostruzione conservativa per i nostri clienti. Una delle nostre specialità consiste nel dare nuova vita a frammenti preesistenti per comporre tappeti inediti, spesso coinvolgendo il cliente stesso nel processo creativo.
Se inizialmente la cucitura era esclusivamente manuale, oggi ci avvaliamo di macchinari specifici che garantiscono un risultato finale più solido e preciso.
Nel tempo, la produzione si è arricchita con complementi d'arredo come pouf in tessuti leggeri e poltrone rivestite, per le quali offriamo anche un servizio specializzato di lavaggio. Tra le nostre creazioni più apprezzate spiccano i separé in filo di lana e le nostre ceramiche, modellate a mano e cotte a gran fuoco."
Tra tutti i suoi prodotti in vendita, quale è il preferito dai clienti?
"In passato la preferenza era orientata verso i pregiati tappeti in seta, per poi spostarsi nel tempo su uno stile più rustico. Oggi la tendenza dominante è il vintage: si tratta di tappeti persiani che noi stessi trasformiamo attraverso interventi sulla base e la ricolorazione delle trame.
Questi rappresentano, paradossalmente, i tappeti del futuro: manufatti originali che reinterpretiamo e modifichiamo artigianalmente per dare loro una nuova vita".
Quali sono i passaggi fondamentali per la realizzazione integrale di un tappeto nel suo laboratorio?
"Per iniziare occorre un telaio, tradizionalmente in legno, sebbene oggi siano comuni quelli in metallo o acciaio. La struttura si fonda su una tramatura che può essere in cotone, lana o seta.
La fase successiva è l'annodatura, che può seguire due strade: nei tappeti persiani classici si segue un progetto predisegnato (il cartone), rispettando rigorosamente i disegni e i colori tipici della città di provenienza.
Al contrario, nei tappeti Gabbeh, tipici dell'Iran centrale, prevale l'estro del momento: l'artigiano crea senza un disegno predefinito, inserendo elementi a piacere. Il risultato è un pezzo unico, un quadro che nasce durante la lavorazione e che riflette la personalità del suo creatore".
Qual è il consiglio che darebbe a un giovane che vuole imparare l'arte del tappeto?
"Mio figlio sta intraprendendo questo percorso e il mio consiglio è uno solo: occorre una passione viscerale. In un'epoca dominata dal profitto rapido, questo non è più un mestiere che permette di arricchirsi materialmente.
È un'attività che devi amare profondamente per poter andare avanti; se manca questo sentimento, è meglio scegliere un'altra strada. La nostra non è una professione che appartiene ai ritmi del mondo frenetico di oggi, ma è un'arte riservata a chi possiede cuore e dedizione".
Qual è la visione futura di Shahidi per l'evoluzione della sua bottega?
"Siamo ricchi di progetti e desideriamo ampliare costantemente i confini della nostra creatività applicata al tappeto persiano. Esistono infinite tipologie ancora da ideare, e cresce l'interesse di molti stilisti che desiderano integrare le nostre trame nell'alta moda e nell'abbigliamento.
Data la vastità di questo mondo, è fondamentale perseverare: questa non è un’arte destinata a svanire, ma una tradizione eterna.
Ataollah Shahidi, a questo punto, riprende le forbici. C’è da rigenerare un manufatto che gli è stato affidato: «Guarda – spiega – questo è un esemplare della fine dell’Ottocento, vittima di un pessimo restauro negli anni Settanta eseguito con materiali del tutto incongrui. Spetta a me ridargli vita». Ora, con sapienza antica, tocca a lui rimediare a ogni imperfezione".







