In un paesino della bassa Irpinia, Sirignano, sorge una delle realtà artigianali più floride della Campania e del sud Italia: l’azienda Tacchi a Spillo, che si distingue nel panorama manifatturiero per la creazione di scarpe su misura.
A guidare l’attività imprenditoriale c’è Carolina Cuomo, che ci ha illustrato i segreti per essere una shoes designer di successo. Autenticità, valorizzazione del Made in Italy, artigianalità, unicità e personalizzazione sono le caratteristiche che rendono i suoi prodotti ricercati e amati dalla clientela. Dopo una lunga e brillante carriera come psicologa, ha deciso di rivoluzionare la propria vita e di lottare ardentemente per la realizzazione del suo grande sogno: un progetto capace di creare la scarpa dei desideri. Spinta dalla celebre frase di Sigmund Freud “l’uomo ha barattato una parte della sua possibilità di felicità per un po' di sicurezza”, Carolina ha deciso di mettere a disposizione le sue competenze tecniche per progettare e creare prodotti pregiati.
Dal dialogo tra l’artigiano e il cliente nascono, così, calzature rifinite a mano stilose, eleganti e raffinate ma, allo stesso tempo, morbide e comode, grazie all’utilizzo di materie di elevata qualità e alla peculiare tecnica manifatturiera.
Come nasce “Tacchi a Spillo”?
Tacchi a Spillo è una startup nata nel 2010 grazie al finanziamento dei fondi di microimpresa giovanile. L’idea alla base del progetto era la creazione di un atelier della scarpa, con annesso laboratorio. Qui si crea il manufatto artigianale direttamente dal disegno effettuato sulla base della richiesta del cliente, che può scegliere la scarpa che desidera e personalizzarla, affinché rispetti i propri bisogni. Produciamo personalmente i vari modelli, con cura maniacale per i dettagli, affinché possano esprimere la personalità di chi li indossa. Per una singola calzatura sono necessari centinaia di passaggi e più di 15 ore di lavoro.
Quali sono i valori che ispirano la sua attività artigianale?

Il valore primario di questa attività è il recupero della tradizione calzaturiera, con il ritorno all’artigianato nella sua essenza più autentica, di creazione dalle mani esperte dell’operario. La filiera produttiva etica nasce e si conclude all’interno del laboratorio. Questo è possibile grazie alla professionalità e alla dedizione dei lavoratori, che hanno studiato e acquisito le competenze necessarie.
Oltre all’unicità del prodotto, che consente di contrastare le produzioni di massa, un altro valore fondamentale è l’ecosostenibilità, ossia la scelta consapevole ed etica dei materiali. A differenza dei prodotti fast fashion, infatti, quelli artigianali costituiscono un patrimonio durevole nel tempo. La scarpa che nasce secondo tali caratteristiche deve avere la percezione del lusso, che non è legato necessariamente al prezzo, ma alla qualità e all’unicità, perché si tratta di una calzatura che non si trova altrove.
Quali sono state le sfide più ardue che ha dovuto affrontare affinché il suo progetto si affermasse?
Le sfide principali che l’azienda ha dovuto affrontare sono state soprattutto quelle relative alla fase di avvio dell’attività. Non avendo ereditato questo mestiere e non avendo esperienze imprenditoriali né competenze nel settore pregresse, all’inizio è stata molto dura. Le difficoltà, tuttavia, non mi hanno impedito di studiare e di approfondire le conoscenze relative al settore calzaturiero.
Con volontà e determinazione, dunque, sono riuscita a creare un’azienda di successo. Ho ardentemente desiderato tale attività, nonostante avessi alle spalle una formazione culturale completamente differente, in quanto psicologa. Ho intrapreso un percorso accademico per imparare a realizzare scarpe e mi sono anche circondata di un team di artigiani competenti e di un direttore artistico modellista, da cui ho appreso i trucchi del mestiere. Oggi, dopo 15 anni, sono maestro artigiano, perché custodisco i segreti di tutti i miei mentori che non ci sono più.
Seguo tutto il processo di realizzazione della scarpa e mi occupo di molte fasi personalmente. Non c’è stato, purtroppo, un ricambio generazionale, per cui un’altra sfida che ho dovuto affrontare è stata quella di formare i giovani. In un momento di bisogno, ho anche accolto persone provenienti da contesti socio-culturali complicati, come un calzolaio iraniano fuggito dal proprio Paese e in cerca di lavoro.
Impossibile, poi, non menzionare le difficoltà economiche. Nel Sud Italia, in particolare, l’economia si trova in condizioni molto precarie. Di conseguenza, in futuro sarà necessario produrre in ridottissima scala e creare manufatti pregiati, che abbiano un costo elevato. Tale contesto provoca un senso di scoraggiamento tra le nuove generazioni, anche tra chi ha voglia di imparare; per questo motivo, nel mio laboratorio accolgo molti studenti che frequentano le accademie, nei confronti dei quali sento di avere una responsabilità.
Il mestiere, se fatto con cura e passione, consente anche guadagni maggiori di uno stipendio da dipendente. Ho insistito in un periodo storico ed economico in cui tutti si arrendevano, rimanendo tra le poche a realizzare prototipi e pezzi unici. Nonostante oggi riesca serenamente a portare avanti la mia passione, non posso non sottolineare come la collocazione geografica non giochi a mio favore. Continuo a investire in un terreno poco fertile, ma ho la possibilità di farmi conoscere tramite i social e il web. È da tempo, infatti, che si parla del cd. artigianato digitale, che consente di diffondere il proprio marchio al di fuori della specifica area geografica.
Tra i vari modelli personalizzati, quali sono quelli che
maggiormente catturano l’essenza del laboratorio? C’è un prodotto, in
particolare, che contraddistingue la produzione?
I modelli maggiormente richiesti sono le décolleté, le scarpe più desiderate e meno comode, soprattutto se si pensa alla versione pump, ossia quella con la punta. Per questo motivo, le clienti commissionano scarpe con tacco e che slancino, ma che siano, allo stesso tempo, anche utilizzabili. Negli anni abbiamo tentato di riprodurre la famosa Pigalle di Louboutin, divenuta famosa per le sue proporzioni, capaci di dare l’illusione di una gamba più lunga. In realtà, il mio lavoro è totalmente differente da tale ottica, perché tiene conto dei requisiti di anatomia del piede, che impediscono di creare piante lunghe e sottili come quelle che caratterizzano le calzature di Louboutin. Mentre per quest’ultimo la scarpa è una scultura da indossare, io ritengo, invece, che la scarpa debba accompagnare le linee e l’anatomia del piede. Di conseguenza, non tutti i modelli belli possono essere indossati.
Negli anni, poi, è nata la scarpa da ballo, in particolare da tango. Si tratta di un sandalo colorato, che risponde ai requisiti di tecnicità, di balance, di equilibrio del tacco e della pianta.
Un progetto di cui vado particolarmente fiera è la collaborazione con il mondo del cinema, per la realizzazione di calzature uniche sia per i costumi (soprattutto pezzi d’epoca) sia per la scenografia. È stato meraviglioso riprodurre da bozzetti degli anni ’50 di Mario Valentino e Ferragamo. In particolare, ho seguito la produzione delle calzature de L’Amica Geniale e, attualmente, collaboro con una ditta romana che fornisce prodotti al settore cinematografico.
Nel prossimo futuro, quali sono gli obiettivi che intende perseguire, anche in ottica di espansione, per elevare il suo artigianato a livello nazionale?

Gli obiettivi futuri rispecchiamo anche quelli presenti. La mia anima imprenditoriale spinge verso l’affermazione del mio brand di scarpe da tango e la massima ambizione è creare un marchio che sia quotato in borsa. La mia anima artigianale, invece, mi porta verso progetti che consentano di conciliare vita personale e professionale. Nei prossimi anni, mi immagino in un borgo medievale fuori dall’Italia, dove trasferire il mio laboratorio e creare fino a quattro/cinque paia di scarpe a settimana, che vengano apprezzate per il loro valore e per l’etica professionale. Mi auguro che questo sogno possa realizzarsi.
Tacchi a Spillo: in Campania l’eleganza artigianale del Made in Italy